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Guardare dall'alto la terra dei guanachi Cronaca della salita all'Aconcagua (Argentina) 2010 di Giulio Bottone Qui al Campo Base a Plaza de Mulas lo sguardo va sempre là, al Gran Traverso, la parte più complicata della salita e la più insidiosa della montagna che vogliamo salire. Ci troviamo sotto l’Aconcagua, colosso argentino chiamato anche la “centinela de piedra”, la vetta più alta delle Americhe. Con i suoi 6962 metri si erge nel nordovest dell’Argentina, quasi al confine con il Cile, e rappresenta un simbolo dell’alpinismo andino, oltre che una delle Sette sorelle, le sempre ricercate Seven Summits di Dick Bass. Fu scalata nel 1897 da un pioniere alpino, la guida svizzera Matthias Zurbriggen, attratto probabilmente anche dalla sua forma vagamente simile al casalingo Cervino. In effetti molto della vetta transalpina ricordano gli sfasciumi colorati, testimoni di ere geologiche remotissime, ed il meteo birichino, che tentenna e lascia pochi spiragli agli aspiranti scalatori. Proprio il “viento blanco” è il nostro temutissimo avversario, più che la neve o l’itinerario di salita. Nei giorni precedenti siamo arrivati con un breve trekking da Penitentes, cittadina polverosa posta sulla superstrada Mendoza- Santiago del Cile, e abbiamo posizionato il campo base insieme ad altre decine di alpinisti e trekker, a Plaza de Mulas, una piccola città di tende, che comprende persino una galleria d’arte ed alcuni ristoranti. E’ nevicato qualche giorno fa, per cui la via di salita, la normale da nordovest, si presenta ammantata di una coltre pesante, che via via si scioglie al forte sole d’alta quota. Di giorno la temperatura qui raggiunge anche 36°C ai quasi 4700 del CB, e non si vede mai una nuvola in cielo. Quando è brutto, te ne accorgi solo perché dalla vetta si alza un pennacchio, allora vuol dire che quel giorno non si sale perché il vento supera i 70-80 km l’ora e non è saggio.
Sono arrivato qui con il mio variegato gruppo di alpinisti italiani di Avventure nel Mondo, con la consueta panoplia di armamentario, per essere pronti a quasi tutto. Abbiamo scelto una formula “spartana” con l’agenzia locale, vogliamo essere autonomi del tutto sulla montagna, solo abbiamo chiesto quattro muli per arrivare un po’ meno carichi al Campo Base. Questo vuol dire che la nostra sarà una salita in stile alpino, senza guide o portatori né ossigeno, come le altre che ho fatto. Ci tengo molto a mantenere un minimo di etica, in questo momento dove sembra conti solo il risultato. In fondo abbiamo quasi 10 giorni per provare la vetta, e la via di salita non presenta particolari difficoltà tecniche. Dopo un giorno di acclimatamento al CB, proviamo a salire il Cerro Bonete, una vetta limitrofa priva di neve, che raggiunge e supera di poco i 5000 metri. Il test è ottimo, quindi vuol dire che il lento progredire del trekking ha favorito l’acclimatamento. Lo dicono anche i medici che ci misurano l’ossigenazione e la pressione sanguigna, nella visita che è compresa nel prezzo della salita. I Guardaparco stessi si fanno un punto d’onore di portare tutti gli alpinisti alla visita medica. D’altronde l’anno scorso su questa montagna sono morte ben 10 persone… Al secondo giorno di permanenza al CB carichiamo tutto l’occorrente negli zaini per andare ad attrezzare il campo alto. Abbiamo infatti deciso di approntare il Campo 1 a Nido de Condores, un largo plateau innevato a 5550 metri, nel luogo dove molte spedizioni fanno il 2°, addirittura qualcuno il 3°. I miei compagni, di variegata esperienza ma di uniforme determinazione, su questo punto concordano, forse poi sarà da ridecidere dove fare il Campo 2, e se farlo. Infatti, consultandoci con guide locali e altri alpinisti conosciuti al CB, sembra prevalere in noi l’idea di un primo tentativo diretto alla vetta dal C1. Nonostante siano quasi 1500 metri di salita da affrontarsi in un colpo solo, ed in quota sensibile, prevale in molti l’idea di fare fatica ma in tempi veloci, e scarichi.
Attrezzato con tre tende, fornellini e cibo il C1, ce ne torniamo velocemente a Plaza de Mulas. Un giorno di riposo, passato a studiare le carte dei venti su internet per decidere la strategia, e siamo di nuovo sui faticosi sfasciumi della rampa basale che porta a Condores. Sembra infatti di intravvedere una finestra di bel tempo di due giorni, e con la nostra idea di fare la salita diretta dal Nido, dovrebbero bastare. Ripetiamo altre quattro ore di sentiero su detriti lavici con i nostri zaini stracarichi, un motivo ricorrente nelle scalate in quota, ma si tira innanzi pensando che dopo saliremo verso la vetta e sulla neve. Quel poco di notte che possiamo utilizzare passa tranquilla e ancora non c’è traccia del vento, quindi alle 2 ci alziamo e dopo una veloce colazione, con la consueta operazione preliminare di scioglimento dell’acqua, affrontiamo i primi pendii nevosi che ci porteranno sulla cresta nord. A Berlin Hut, una serie di tre capanne di legno a quota 6000 metri circa, arriviamo che è ancora buio e non c’è nessuno, quindi ci permettiamo un pisolino sdraiati all’interno della baracca messa meno peggio. All’alba sentiamo voci arrivare, sono altre cordate che salgono dal Nido come noi e sfruttano il bel tempo. Si riprende quindi la via verso l’alto, sulla larga e comoda cresta nord, costeggiata da pinnacoli che aiutano a tenere la direzione, e questa volta in compagnia anche di altri alpinisti. Con l’alzarsi del sole arriva anche il famigerato vento, che non sembra così lento come nelle previsioni. Anzi, quando siamo al Portezuelo del viento, punto tipico della salita, una sella a 6450 metri che porta sulla parete ovest, ecco che il vento è talmente forte che qualcuno si sente addirittura “sollevare” e si comincia ad avere dei dubbi sulla fattibilità, con il risultato che molti alpinisti si girano e ritornano giù. Noi ci confrontiamo un poco, al riparo di una baracca semidistrutta (Independencia Hut), mentre il vento ci sferza e lancia neve come frustate. Effettivamente le condizioni non sono ottimali, anche se c’è un sole splendido e non si vede una nuvola in cielo.
E’ un peccato però scendere. Siamo rimasti noi ed un’altra cordata di inglesi. I miei compagni valutano le proprie forze e decidono di tornare a valle, tanto hanno visto com’è e pensano di approfittare di un’altra occasione nei prossimi giorni. Gli inglesi, con una guida argentina, invece passano la cresta e si dirigono verso il Gran Traverso. A questo punto penso:”se non tornano, ci provo anch’io”, intendendo che se le condizioni aldilà della cresta fossero state terribili la guida sarebbe di certo tornata indietro e allora, giù tutti. Alfredo, un alpinista di Chieti conosciuto al CB e che si è aggregato all’ultimo momento dopo che i suoi compagni avevano ceduto al “soroche” (mal di montagna), sembra intenzionato a seguirmi, quindi passiamo anche noi. Con sorpresa, vediamo che sulla ovest, a parte i primi 300-400 metri di vento fortissimo (ci diranno poi al Base che c’erano 75 kmh e -36°C) aldilà si prosegue e gli inglesi stanno andando avanti spediti. Ci rinfranchiamo e procediamo. Superati velocemente gli inglesi, che hanno un passo veramente lento, all’altezza del noto Penon Martinez, una curiosa colonna rocciosa, il vento scompare d’incanto e ci permette di salire gli ultimi 400 metri in relativa sicurezza. La Canaleta è forse la parte più dura dell’ascensione, almeno psicologicamente, in quanto si vede la vetta sopra, ma le curve in questa gola rocciosa sono interminabili e pare di non arrivare mai. Cammino lentamente seguendo il ritmo imparato in himalaya dagli sherpa, ovvero mai fermarsi ma andare costante, strategia simile anche al “pole pole” tanzaniano. Poi, repentinamente, con un uscita “bismantoviana”, cioè molto simile a quella del sentiero che arriva in vetta alla Pietra, ad un tratto si sbuca sul pianoro sommitale e non si vede altro che cielo.
La piccola “cruz de cana”, ovvero la croce fatta di tubi d’alluminio che caratterizza la vetta, icona d’alta quota a cui gli alpinisti lasciano moderne offerte votive, è ricoperta di bandiere e gagliardetti e quasi non si riconosce. Non un alito di vento. Arrivano anche gli inglesi e si festeggia tutti assieme. Siamo gli unici per quel giorno sulla cima d’America, nessun altro ci ha seguito. La discesa è molto veloce, anche perché ormai l’adrenalina ci aiuta. In quasi dieci ore siamo saliti in vetta da Condores, ma ne servono meno di tre per scendere, anche se quando arrivo l’unica cosa che voglio è dormire. Aspetterò infatti il giorno dopo per mangiare qualcosa. Al C1 gli amici mi hanno aspettato, e dopo una notte tranquilla si scende insieme al Campo Base il giorno appresso. Purtroppo nei giorni seguenti il meteo non offre altre finestre di bello in alta quota, almeno per altri cinque giorni, per cui un secondo tentativo troppo in là nel tempo paventa il rischio di perdere l’aereo di ritorno e quindi il gruppo decide di abbandonare il Campo Base, sebbene con dispiacere. Seguendo la carovana di muli, ci lasciamo alle spalle quella che è stata la nostra isolata “casa” per una decina di giorni e torniamo nel “mondo”. Ma la montagna è così, la natura non si comanda. Un saggio alpinista lo sa e non rischia per il gusto della vetta. I miei compagni, da parte loro, non appaiono troppo delusi. Oltretutto abbiamo vissuto una grande esperienza sudamericana, e poi per tutti loro quota 6450 è stato il record di altezza di sempre. Ho apprezzato anche questa loro sportività nel valorizzare la parte positiva dell’esperienza. In fondo è stato un successo, magari non proprio quello voluto, ma siamo stati bene in salute, non abbiamo avuto “intoppi” o incidenti, e possiamo tornare tra le nostre montagne con un sorriso, immagini fenomenali di un paesaggio mozzafiato e ricordi importanti nel cuore e nella mente.
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