PIZZO BADILE 2006 Diario di un sogno realizzato
Tralascio le ansie per il meteo non ottimo, la fatica per l’avvicinamento e la paura che, una volta arrivata ansimante al rifugio Sasc Furà, un attacco di emicrania potesse rubarmi quel sogno. Parto da quella notte, dormita su quel materassone unico coi miei compagni di cordata, seguita da una colazione a base di the e pane e marmellata e bustine di ogni tipo di energizzanti e vitamine. Drogati, al buio, partiamo con le nostre frontali. Desidero ardentemente la bombola d’ossigeno, e sento che il gruppo già mi odia, perché col mio passo da lumaca somo sempre più in fondo… lontana… lontana… ma loro mi aspettano. Finalmente arrivo all’attacco, stremata. Mi cambio e mi lego. E lì accade la magia. O forse le bombe di doping cominciano a fare effetto… Fatto sta che Angelo comincia a correre sulla roccia, e noi dietro, in conserva, assaggiando con i piedi infreddoliti quella roccia che ci accoglie nel suo grembo. Vediamo sorgere il sole… e con lui cresce la consapevolezza che sto realizzando il mio sogno. La base comincia ad allontanarsi, ed il cielo ad avvicinarsi. Corriamo, su quel granito. Sono più veloce qui che prima sul sentiero.
Indescrivibile gioia. Concentrazione che sale. Sorriso che si stampa sul viso e non lo molla più. Mi diverto come una bimba piccola al parco giochi, e mi sento così sicura, grazie ai miei compagni di cordata, che non ho nemmeno paura di tutti quei tiri di corda ancora da fare. Perdiamo un po’ di vista le cordate sotto di noi, e ci fermiamo ad una sosta ad aspettarli. Qualcuno si addormenta, scaldato dal sole. Io veglio sulla mia cordata, non riesco ad addormentarmi con tutte quelle cose meravigliose che mi circondano da guardare. Si mangia qualcosa, e sul mio casco oggi c’è ancora il bollino della mela morsicata da Angelo.
39 tiri, secondo una relazione. 1000 metri di sviluppo. 1200 secondo un’altra. Io sinceramente non riesco a tenere il conto dei tiri di corda. I numeri lì non mi importano, conta solo l’armonia che si è creata tra di noi, e tra di noi e la montagna, che ci fa salire. Qualche nuvola cominciava a farsi vedere… e la paura di un temporale ci fa andare ancora più veloci. Molla tutto, recupera, parti quando vuoi, parto. Tanti sorrisi, tanti sguardi alla vetta, e tanti sguardi a chi sta salendo sotto di noi, alla ricerca di un volto, uno in particolare. Un passaggio rognoso in discesa che, comprimendo il tubo della camelbag, fa pensare che io me la stia facendo addosso… che ridere!! Tiro dopo tiro, arriviamo proprio sotto alla vetta. Angelo non ne può più, e mentre Alessandro mi recupera, sale in cima. Arriviamo anche noi. Siamo la prima cordata in vetta. Peccato le nuvole, e l’aria sempre più pesante da temporale.
Foto rapidissima di vetta, e seconda foto vicino al Buddha tutto colorato accucciato tra i sassi. Poi Angelo ci dice di cominciare a scendere, anche se gli altri non sono ancora arrivati. Non pensare di essere arrivata Simo, non distrarti durante la discesa. Me lo ripeto tra me e me, come un ritornello. Concentrati, stai attenta, non tirare giù sassi. L’avventura non è finita!! E la discesa sarà lunga. E sono così elettrizzata (per fortuna non dai fulmini) che non sento ancora la stanchezza. Sentiero, doppia, cengetta, … quale doppia???? Cordino nuovo di fronte a noi o fittone sulla nostra destra? Fittone. Adesso piove, fa freddo, mi vesto e metto la macchina fotografica in tasca, perché non si bagni. Ma non chiudo la zippo, e la macchinetta vola sulla doppia e rimbalza sui sassi. Meglio lei di me. Ma che nervoso!! Doppie e ancora doppie, tutti insieme, ormai il gruppo si è riformato. Arriviamo ai piedi del massiccio, sulla parte italiana, mi guardo indietro e quasi mi dispiace che sia finita… Ma non è finita: ora ci aspetta la discesa al Giannetti. Quel tetto rosso laggiù è la nostra meta, è il luogo dove mangeremo qualcosa di caldo e dove riposeremo la notte. Ma come mai è sempre lontano uguale??? Ad un certo punto scompare. E compare la stanchezza. Io ritorno tartaruga, e arrivo per ultima anche stavolta al rifugio. Mi siedo sul muretto, con le ginocchia che urlano, lo zaino e la corda tra le gambe, lo guardo e sento una soddisfazione nel cuore mai provata prima. Qualche ora prima ero lassù. Sono commossa, e ringrazio tutti. Io, che mai avrei pensato di poter fare una cosa del genere, ce l’avevo fatta. Quella sera ho mangiato pizzoccheri e penne al pomodoro. Il giorno dopo siamo scesi a valle, a recuperare le nostre macchine, i nostri abiti civili, per rientrare nella vita quotidiana, così lontana da quei tre giorni così epici, che porterò sempre nel cuore e che racconterò ai miei amici finchè non mi taglieranno la lingua, tre giorni che ci hanno portato dalla Svizzera all’Italia lungo una via direi inusuale. Una via che non è stata solo un’arrampicata, ma anche una via dentro di noi, che ci ha regalato tanto e che ci continua a regalare emozioni anche solo a parlarne, figuratevi a scriverne, o quando si rivedono le foto. Colgo l’occasione per abbracciarli e ringraziarli di nuovo tutti, questi alpinisti che mi hanno regalato un sogno. Insieme abbiamo fatto diventare realtà un timido pensiero nato vedendo quella foto. E sono convinta che ognuno di noi abbia realizzato un sogno, nato in modo diverso, atteso in modo diverso, vissuto in modo diverso, ma realizzato tutti insieme lo stesso giorno. Questa è la Montagna. Quella foto la rivedrò mesi dopo, incorniciata e appesa in un albergo della Val Masino, dal quale, lontano lontano, ma sempre inconfondibile nella sua forte imponenza, si vedeva lui, il Pizzo Badile. Ed io, lassù, c’ero stata.
Simona |