Kilimanjaro 2008 Lava e seneci, Masai e leoni di Giulio Bottone e Beatrice Piccaluga
La vetta del Kili non esiste, infatti è un vulcano e, come la miglior iconografia, si arriva ad affacciarsi sul cratere. Mi trovo a 5710 metri, almeno così dice l’altimetro, e sono arrivato sul bordo. Mentre albeggia, seguo la guida su un facile sentierino che segue il largo profilo e domina il panorama dell’altopiano tanzaniano, fino ad un enorme sasso che funge da riparo dal fortissimo vento per un folto gruppo di trekkers. Ormai è fatta, il cartello che segna il punto più alto è ad una decina di minuti di facile passeggiata da qui. Con Beatrice allungo il passo per vedere di arrivare prima della folla.
Infatti il Kilimanjaro con i suoi 5895 metri è la vetta più alta dell’Africa, ma le condizioni meteo abbastanza costanti e la inesistenza di difficoltà tecniche, rendono questa montagna una dei trekking peaks più famosi del mondo, con conseguenze da affollamento in ogni stagione tipo grandi saldi. Sono cinque giorni che la corteggiamo lungo la Machame route, in un trek circolare ed ascendente che ci mostra tutti i suoi aspetti più caratteristici, a volte bizzarri ed inconsueti, come la foresta di seneci e le torri di lava nera.
Sicuramente è per queste cose che siamo venuti fin qui, non certo per la vetta vera e propria, raggiunta assieme ad un altro centinaio di trekkers da tutto il mondo come una grande festa e come quasi ogni giorno. La traccia attraverso sabbia, detriti lavici e sassi che ci ha portato fin qui dal campo base infatti è stato un incubo, una lentissima via crucis punteggiata da infiniti “pole pole” (piano piano) delle due guide che ci hanno accompagnato, sferzati da un vento maledetto che ha costretto una del gruppo a rinunciare per principi di congelamento ad un occhio. Ma alla fine la soddisfazione è comunque tanta, soprattutto quando lo sguardo spazia per 360 gradi da questo cono isolato tutto attorno sulla tipica pianura rossastra dell’Africa nera.
Sembra surreale pensare che solo nell’800 nessuno era riuscito a salire in vetta per via dei ghiacciai perenni: ora il ghiaccio c’è, da qualche parte, relegato a quinta indisturbata da ramponi e piccozze, marginale ed in lento calo, appena si nota. Per questo, per la enorme e svettante calotta di ghiaccio, la montagna era così mitica tra i Masai, generatrice di vita per la copiosa messe di acque che scendeva a valle, permettendo coltivazioni laddove il deserto rosso poteva essere strappato agli animali. Poi, dopo la massacrante discesa, prima attraverso la fascia lavica e poi la rigogliosa foresta subtropicale, il rientro ad Arusha, una vigorosa lavata, un generoso barbecue dall’amico Khan nel quartiere musulmano ed una rilassante settimana di safari nei parchi più belli del mondo: questi i nostri premi per aver raggiunto il tetto dell’Africa.
Si ringrazia per l'organizzazione Avventure nel Mondo
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