Un Ottomila per il CAI reggiano

Giulio Bottone sale senza ossigeno lo Shisha Pangma (mt.8013) in Tibet

Erano diversi anni che un alpinista reggiano non saliva così in alto: la spedizione SHISHA PANGMA 2004 ha portato il nostro socio e consigliere Giulio Bottone, Istruttore Nazionale di Alpinismo e vicedirettore della Scuola di Alpinismo Intersezionale Bismantova, a far sventolare la bandiera italiana su questa altissima cima himalayana, l'unico Ottomila interamente in territorio cinese.

Lo Shisha Pangma mostra la sua cresta nord

La spedizione "Shisha Pangma 2004", patrocinata dal CAI di Reggio Emilia, è stata una spedizione leggera, composta da soli due alpinisti, Giulio Bottone e Fausto Sassatelli (CAI Sassuolo) e dal minimo del materiale necessario, con la precisa intenzione di salire la montagna in stile alpino, senza l’uso di ossigeno o corde fisse e neppure di portatori d’alta quota per il posizionamento dei campi alti. Giulio Bottone il 30 settembre è arrivato senza ossigeno e senza sherpa in vetta allo Shisha Pangma. Fausto Sassatelli invece, per un problema insorto all’occhio sinistro a causa della disidratazione, si è fermato a 6890 mt. del campo 2 ed ha rinunciato a salire oltre.

L’altopiano tibetano è ancora una delle regioni più isolate del mondo, chiuso a sud dalla catena dell’Himalaya lunga 250 chilometri, a ovest dai monti del Karakoram e a nord dalle catene del Kunlun e dell’Altyn Tagh. Quattro delle dieci montagne più alte del mondo si trovano a cavallo del confine meridionale e lo Shisha Pangma è l’unica di queste a trovarsi interamente in territorio cino-tibetano. E proprio il nord-ovest in particolare è delimitato da una delle regioni selvagge e meno esplorate della terra, fatta eccezione per quelle polari. Con un’altitudine media di 400 metri e ampi spazi di territorio molto al di sopra dei 5000 m. l’altopiano tibetano (vasto quasi quanto l’Europa occidentale) merita davvero l’appellativo di “Tetto del mondo”. Lo Shisha Pangma, che in tibetano significa “la cresta che si alza dai pascoli”, oppure chiamato anche con l’originario nome indostano Gosainthan (“Luogo dei santi”), si trova nella regione del Langtang Himal, di cui è la vetta più alta, e si adagia in un’area ricchissima di altre vette satelliti, con altezza variabile da 6.000 a 7.000 metri, molte delle quali ancora non scalate. La prima salita fu realizzata nel 1964 da una spedizione cino-tibetana di 195 membri, dei quali ben 10 calpestarono la vetta lungo la via che saliva dalla cresta nord. Essi fecero grande uso di ossigeno e portatori d’alta quota e collocarono sulla cima nevosa un busto di Mao Tse Tung. Da allora diverse spedizioni si sono avvicendate su tutti e due i versanti della montagna, ma sempre in estate, mentre lo Shisha Pangma, per le terribili condizioni di freddo e vento, continua indefesso a respingere gli assalti in inverno, restando l’unico ottomila inviolato in quella stagione.

    Sull'altopiano tibetano     La pesa dei carichi per gli yaks    Il trekking di avvicinamento

Da Katmandu, capitale del Nepal, i due alpinisti con una jeep cinese hanno iniziato la lenta e ripida salita verso l’altopiano tibetano dalla gola umida e boscosa di Zanghmu (il cui nome significa “Porta dell’inferno”): attraverso il passo La Lung-la (5124 m) la jeep è finalmente sbucata in Tibet dopo aver attraversato in pratica da sud verso nord la catena himalayana, e ha portato il team a Nyalam, a quota 3.770 sul livello del mare. Da Nyalam si sono spostati a Tingri, 4300 metri slm, per qualche giorno di acclimatamento, e di nuovo in jeep da qui verso l’accesso al campo base cinese. Dopo circa 4 ore di percorso sconnesso, la jeep li ha sbarcati al campo base cinese (m.5.050), dove hanno trascorso un giorno intero di riposo. Qui, gli ufficiali di collegamento hanno controllato il permesso, hanno chiamato i proprietari di yaks e hanno raccolto la cauzione governativa per i rifiuti di 100 $ a testa, poi restituita al ritorno. Arrivati gli yaks e conclusa la complessa operazione di pesatura dei colli (con una bilancia autocostruita la cui scarsissima precisione ha generato qualche discussione), il 15 settembre è iniziato il breve trekking di avvicinamento che in due giorni ha portato i due alpinisti al campo base avanzato sul ghiacciaio Shisha Pangma (ABC, m.5635), posto ai piedi dell’immensa parete nord dello Shisha Pangma.

Il campo base avanzato a 5650 metri Gli yaks in marcia

L’imponente e sinuosa cresta che si sviluppa sul versante nord dello Shisha Pangma, la meta della spedizione italiana, è alta all’incirca come la parete nord del Cervino. Essa ha inizio già in alta quota, da una valle d’origine glaciale, nel punto in cui la via normale, salita dagli alpinisti cinesi nel 1964, all’epoca della “conquista” della montagna, si sposta verso sinistra sul versante nordest. Una rampa di 650 metri (in altitudine) circa attraversa diagonalmente la parete della vetta con difficoltà valutate PD/D-. La spedizione italiana intendeva scalare lo Shisha Pangma in stile alpino, pertanto senza ossigeno, senza corde fisse e senza portatori d’alta quota, attrezzando in autonomia tutti  i campi superiori al campo base avanzato (ABC). La strategia iniziale prevedeva di salire la montagna verso il 5/7 di ottobre, quando cioè i modelli meteorologici assicuravano la massima stabilità, considerando il fenomeno monsonico in via di esaurimento. I due alpinisti avrebbero dovuto quindi attrezzare via via i tre campi per migliorare l’acclimatamento e poi, dopo un breve riposo, tentare la vetta dal campo base in circa 5 giorni (tra andata e ritorno). In realtà, l’ottimo programma di acclimatamento, la fortunata condizione degli alpinisti e la relativa velocità con la quale sono stati attrezzati i primi due campi hanno permesso a Giulio Bottone di effettuare il primo tentativo già l’ultima settimana di settembre, con il risultato positivo.

       L'arrivo al campo 1 (6350 metri)              In marcia verso il campo 3

Il 23 settembre Sassatelli e Bottone, dopo aver attrezzato il campo 1 nei giorni precedenti, ripartono con l’intenzione di montare il campo 2: dopo una notte trascorsa al campo 1, il 24 affrontano la ripida rampa glaciale di circa 350 metri di dislivello che conduce alla piana del ghiacciaio superiore. Fissato il campo 2 tornavo al campo base, scoprendo che erano stati i primi senza sherpa a montare il campo 2. In quei giorni, infatti, nessun alpinista delle altre spedizioni presenti aveva ancora superato il campo 2 per l’eccessiva consistenza nevosa e tutti attendevano la partenza di una spedizione commerciale giapponese per avere un minimo di traccia. Dopo qualche giorno di completo riposo, il 27 settembre Bottone e Sassatelli decidono di iniziare la serie per montare il campo 3 e rifornire tutti i campi in previsione del tentativo finale, e di buon mattino partono. La prima notte viene trascorsa come di consueto al campo 1. Il 28 viene raggiunto quindi il campo 2, dove gli alpinisti pernottano ed il giorno seguente, con sulle spalle solo il materiale necessario al campo 3, si incamminano sul lungo e piatto ghiacciaio Shisha Pangma superiore. A questo punto Fausto Sassatelli rinuncia a proseguire per un problema insorto all’occhio sinistro, un leggero offuscamento dovuto probabilmente alla disidratazione. e decide di rientrare al campo base. La sorte vuole che in quel momento ci sia un altro alpinista con loro, Alessandro Nordio, componente di una spedizione piemontese, che aveva effettuato lo stesso programma, il quale accetta volentieri di proseguire. Così, con il nuovo compagno, Bottone prosegue fino al termine del ghiacciaio e poi affronta la ripida rampa che porta alla sella a mt.7.400, dove usualmente viene posizionato il campo 3. Qui si pianta una tenda ed i due alpinisti si preparano a passare la notte. 

Bottone in salita sulla cresta finale

Il 30 settembre, dato che il tempo è stabile, la giornata è bella ed i due alpinisti hanno dormito e mangiato bene, decidono di provare a salire invece che scendere e, atteso che il sole scaldasse un poco, alle 7.30  attaccano la cresta finale dello Shisha Pangma. Così, dopo circa 6 ore di costante ma lenta ascensione, seguendo le tracce semicoperte degli alpinisti che li avevano preceduti, Bottone e Nordio alle 14.30 giungono in vetta, dopo aver affrontato lungo la cresta almeno tre passaggi impegnativi e debilitanti – a quella quota, su neve inconsistente e camini/canali, ripidi almeno 55°.

La vetta dello Shisha Pangma è raggiunta!

Fatte le foto di rito, constatato un lento annuvolamento circostante, i due scendono in circa tre ore al campo 3, dove pernottano per la seconda notte, essendo troppo tardi per arrivare fino al campo 2 e non essendoci preoccupazioni di sorta. Il 1° ottobre cominciano tranquillamente la discesa, accompagnati dal bel tempo, lasciando la tenda la campo 3 montata per i compagni di Nordio, che avrebbero tentato negli stessi giorni. Raggiunto il campo 2, dove smontano la tenda utilizzata giorni prima, caricano tutto il materiale e poi si recano al campo 1. Qui Bottone sceglie di fermarsi per la notte, essendo pomeriggio inoltrato, mentre Nordio tenta di arrivare al campo base direttamente (vi arriverà verso le 21.00). Trascorsa una notte tranquilla, l’alpinista reggiano smonta anche l’ultima tenda e porta tutto a valle, lasciando poi i carichi pesanti nella tenda deposito allestita prima dei penitentes, e raggiungendo il campo base verso mezzogiorno.

Dopo aver atteso la salita degli amici piemontesi, arrivano al campo base gli yaks per il trasporto dei bagagli pesanti e, smontato il campo base, i due alpinisti emiliani compiono il breve trekking fino alla jeep che li attende al campo base cinese per il rientro a Katmandu e poi in Italia.

  La cresta nord e le immancabili bandierine di preghiera tibetane  

Partners della spedizione sono stati: Reggio Gas – Avventura, Trekking, Tempo libero (Reggio Emilia) ; Tipografia Toriazzi  (Parma) ; Latteria Sociale Villa Curta (Reggio Emilia); Maxent Sports World (Reggio Emilia) e Eureka Media (Reggio Emilia).